Il vibe coding rappresenta un’evoluzione concreta nel modo in cui l’intelligenza artificiale supporta la creazione di contenuti digitali. Con questo termine si indica la pratica di usare modelli di AI generativa per creare interfacce, applicazioni e strumenti interattivi senza scrivere codice. Il prompt diventa il nuovo linguaggio di programmazione: basta descrivere ciò che si vuole ottenere, e l’AI genera automaticamente codice HTML, CSS, Javascript o perfino intere pagine web.
A differenza delle classiche soluzioni no-code, che si basano su editor visuali, il vibe coding sfrutta interazioni testuali con modelli AI come ChatGPT, Claude o Lovable, rendendo il processo ancora più diretto e accessibile. Questo approccio sta attirando l’interesse di redazioni e team editoriali perché mette nelle mani di giornalisti e product manager strumenti concreti per sperimentare, abbattendo tempi di sviluppo, costi e dipendenza da risorse tecniche.
Cosa puoi costruire (davvero) con il vibe coding
Sempre più redazioni sperimentano il vibe coding per sviluppare rapidamente contenuti digitali senza scrivere codice. Ecco cosa è già possibile fare:
- Visualizzazioni dinamiche come mappe interattive, grafici, dashboard generate via prompt.
- Micrositi e landing page interattive per inchieste, progetti locali o campagne abbonamenti.
- Infografiche automatiche: articoli o dataset convertiti in contenuti visuali brandizzati pronti per social, newsletter o siti.
- Ricostruzioni 3D: l’AI genera ambienti tridimensionali per spiegare eventi complessi (cronaca, scienza, geopolitica).
Questi progetti partono spesso da un’intuizione editoriale e diventano strumenti pubblicabili nel giro di pochi giorni. Il vibe coding è quindi oggi una vera leva di empowerment creativo per le redazioni digitali.
Un’opportunità, ma non senza rischi
Il vibe coding libera creatività e velocità, ma non è privo di rischi. Senza una buona governance, si rischia di trasformare l’innovazione in disordine. Ecco le criticità più comuni:
- Prototipi fragili: ottimi per test e mockup, ma difficili da scalare. Aggiungendo nuove funzioni emergono spesso bug o incompatibilità, che richiedono l’intervento di sviluppatori esperti.
- Sicurezza e privacy: se i progetti AI toccano dati utente o API esterne, si rischiano possibili violazioni del GDPR.
- Disallineamento strategico: se ogni redattore può pubblicare contenuti o tool in autonomia, si rischia una perdita di coerenza nella user experience e nella strategia digitale complessiva.
La soluzione? Governance leggera ma chiara: sandbox per test sicuri, processi di approvazione snelli e formazione redazionale sull’uso consapevole dell’AI. Il vibe coding funziona davvero solo se è parte di una cultura che promuove l’innovazione, ma senza perdere di vista controllo e qualità.
Sì alla sperimentazione, ma con regole chiare
Il vibe coding è molto più di una tendenza: è un nuovo paradigma per innovare il prodotto editoriale. Permette di passare dall’idea al prototipo in tempi rapidissimi, stimola la creatività interna e può dare forma a nuovi formati giornalistici, più visuali, dinamici e interattivi.
Ma perché generi valore, e non confusione, va integrato in una strategia strutturata. Per gli editori il vibe coding può diventare un alleato potente per costruire engagement personalizzato e dinamico, diversificando i formati editoriali e riducendo il time-to-market di nuovi prodotti.

